venerdì 22 luglio 2016

Le MIE case... (1936-1946)

Era stato domenica scorsa, da un po' l' Espresso (il settimanale) esce accoppiato quasi fosse un supplemento del quotidiano, quel quotidiano La Repubblica che il Cremonini compra dal primo giorno della sua uscita. I motivi saranno aziendali e forse legati al riordino complessivo seguito alla fusione con La Stampa e ai misteri legati alla diminuizione dei costi della distribuzione o altre cose manageriali. Nell'ultima pagina c'è il solito articolo del fondatore, Eugenio Scalfari e mi aveva colpito il titolo "Le mie case", ed era bastato questo titolo a farmi girare il sentimento, senza più approfondire ulteriormente la lettura non riuscendo a dissociare quel nome da una foto del tempo che fu e che me lo fa rivedere, sbagliando certamente, ragazzotto di buona e ricca famiglia, decisamente supponente e tutto proiettato verso un glorioso e facile futuro...

Rimase però dentro di me la voglia di riandare a ripensare alle MIE di Case, quei luoghi che nel tempo sono stati riferimento, prigione, difesa, luoghi di amicizie, di solitudini e, soprattutto di vita. E così ripartii da Ravenna, case popolari di via Fiume, estrema, allora, periferia, senza ovviamente, auto parcheggiate (era il 1938), ma alle spalle un ampio


cortile che terminava contro tanti orti, uno per appartamento, per integrare il ché mangiare
piantando pomodori, verdure varie o anche per mettere una "stia" con qualche coniglio o una gallinotta produttrice di uova, senza rischiare che qualche altro condomino se ne approfittasse.
L'appartamento, al primo piano (sopra al "rialzato"), era decisamente essenziale, la cucina-sala, la camera dei genitori e, fondamentale, il CESSO in casa. Già e il rampollo, quello arrivato con urgenza un po' di mesi prima nel '36? Il Benito dormiva, ovviamente, nel "canapé", salvo quando i genitori avevano visite alla sera per una partita a briscola o tressette o scopa che, allora, veniva messo nel lettone grande. E fu così che qualche anno dopo, camminavo già, andai a curiosare per cercare di capire come mai ridevano ad alta voce e così sentii mia madre fare, in sano dialetto romagnolo, ssstt che il Benito non è sordo...

Memorabili furono una serie di incubi  che mi ossessionarono per molte notti, frutto probabilmente dei racconti di qualche brava amica di mia madre tutto streghe e dintorni. Al centro della stanza c'era un grande tavolo e allora la classica vecchia strega dal naso adunco, tracagnotta che cominciava a girare in tondo tutto attorno in modo sempre più vorticoso e proprio quando spiccava il salto su di me allora mi svegliavo urlando e ... venivano a prendermi, finalmente, e portarmi nel lettone. Forse inconsciamente sapevo che qualcosa stava cambiando, mio padre era tornato dalla Russia in licenza e il festoso incontro dei miei aveva lasciato conseguenze il cui risultato fu il mio fratellino doverosamente chiamato ITALO, in memoria di quel Balbo morto "accidentalmente" colpito dalla nostra contraerea nei cieli della Libia.

Ma ormai erano tempi di guerra e i cuccioli furono trasferiti dai nonni e zii a San Prospero di Imola divisi uno (io) in via Lughese 35, la casa madre con nonni e tre zii fratelli di mia madre con relative mogli e figli, e l'altro, il più piccolo Italo, a Maduno dai due zii più grandi con già 4 cugini più grandi che non dovevano più andare a scuola. Già, Maduno, era stato il secondo acquisto della tribù Geminiani (Ciaraval) un po' prima del '30, un podere nell'ansa del Santerno, quel fiume che nella sua corsa verso il mare faceva una ampia ansa fra Imola e Lugo quasi volesse svincolarsi dalla via Emilia ostinatamente diretta verso Rimini. Quel podere era praticamente circondato dal fiume, protetto da argini sicuri, e ricco di acqua disponibile sempre con terreno pronto a ricevere frutteto e non solo erba spagna e frumento e costituiva quasi un piccolo feudo autonomo. Il mio fratellino era ben protetto, i cugini erano già grandi e c'era specialmente la Bianchina, la moglie dello zio Arcangelo (detto CANXI), nata e predisposta per essere una madre solerte ed efficace oltre che moglie del fratello maggiore che "studiava" da sostituto di mio nonno FITONA andando già allora per mercati.

Già i mercati, anzi "il mercato", quello di Imola, il martedì, giovedì, sabato e domenica e li vedevi tutti, gli azdour nella piazzetta degli uomini, in "caparela", cappello (e, i più vecchi, bastone d'appoggio) stretti spalla a spalla a contrattare, scambiarsi informazioni e notizie su prezzi e andamenti socio-politici. Da San Prospero a Imola sono quasi 7 chilometri, mio nonno ci andava con la cavalla e il biroccino, una cavalla stagionata ormai non più da monta, con un po' di disturbi renali che controllava con scrosci enormi alla sosta venati di sangue. A fare quei chilometri ci metteva praticamente un'ora poi si arrivava allo stallatico dove poteva riposare per il ritorno. Qualche volta mio nonno mi aveva preso con lui e mi venivano degli attacchi di invidia quando ci sorpassavano un paio di capoccia più giovani con dei cavallini e dei biroccini "da corsa" e degli schiocchi con la frusta quasi a sfottere, ma stavo tutto zitto per non disturbare il nonno tutto preso dai suoi pensieri, anche se ogni tanto mi scompigliava i capelli sulla testa come per dire so che ci sei, figlio della Valda, quella benedetta matta e spigolosa e dalla lingua tosta.

Ma torniamo alle case, perché lì in via Lughese forse c'è stata la mia prima vera casa. Da poco era morto mio zio GIANO', Giovanni, uno dei fratelli di mio nonno (l'altro, Celso, aveva messo su famiglia e podere al confine) che non aveva messo su famiglia ed era stato lo ZIONE, burbero, che ci aveva tenuto un po' tutti sulle sue ginocchia per raccontarci le storie, e che aveva voluto la radio, quelle enormi radio dell'epoca, per poter ascoltare il suo DUCE.

Morendo aveva lasciata libera una camera al primo piano e lì avevano messo il sottoscritto, nello stesso piano c'erano le altre stanze per ognuno dei tre zii (Domenico, Ernesto e Lino) e relative mogli e figli piccoli, poi la stanza della mia adorata e giovanissima zia  Carolina e con lei le mie cugine Bruna e Flaviana. Mi ero sentito importante in quella stanza solo mia, con una finestra  esclusiva che dava proprio sull'uscita della stalla con rumori tutta notte per il muoversi di vacche  vitelli , le voci dei miei zii al lavoro, le imprecazioni del bovaro (mio zio Domenico, Minghì) la cui giornata cominciava presto, prima di tutti, ad accudire vacche vitelli, cambiare il loro letto di paglia, mungere. L'unico vero inconveniente di quella stanza erano i racconti dei miei cugini più grandi che parlavano dei morti che ogni tanto tornavano a controllare come mi comportavo ...

Per concludere questa prima puntata sulle "mie" case non posso che sottolineare come questa è stata la mia prima, e forse  unica, casa della mia vita. Poi arriveranno le altre, quelle del collegio di Villa san Martino di Lugo, del Seminario di Imola, e poi Trieste ed eccetera ma nessuna di loro fu solo ed esclusivamente MIA. 
 
 

 

giovedì 14 gennaio 2016

40 anni DOPO...

 
 
 
40 anni dopo ... vale a dire che era 40 anni fa, inizio del 1976, anzi 14 gennaio 1976 che allora era un mercoledì, data memorabile perché iniziava ad uscire "La Repubblica", ma ancor più memorabile per me che alla verdissima età di 39 anni completavo quasi la mia quasi conversione al sistema democratico. (coincidenza strana, il mio quasi omonimo nel 1922 aveva appunto anche lui 39 anni battuta che oggi non fa più ridere come certo non fan sorridere i ricordi, le avventure e le sventure di un quasi 80 enne per un anche 40/50 enne di oggi).
 
Eppure chi mi ha incontrato come lettore anche occasionale sa che il mio percorso di simpatie e appartenenze politiche nasce nell'alveo dell'ultimo fascismo che dicevano repubblichino con riferimento a quella RSI che io avevo vissuto in quegli anni '40 seguendo la mia famiglia a Casalbuttano nel cremonese e poi a Bussolengo nel veronese visto che mio padre dopo la campagna di Russia aveva seguito il suo DUCE nell'ultima fase della sua avventura di Governo, di alleanze, di guerre. Arrivato a Trieste nel 1950 (i miei c'erano già dalla fine del 1946) il clima politico non era certo molto diverso per lo status di quel territorio (TLT zona A) separato dal resto dell'Italia e affidato all'amministrazione anglo-americana, con la zona B affidata all'allora Iugoslavia. Ma non è di questo che voglio parlare se non per sottolineare che in quegli anni se eri a Trieste dichiararsi di sinistra significava essere amici di TITO con quel che aveva significato nei famosi 40 giorni di occupazione slava.
 
Eppure è a Trieste che comincia a convivere in me una specie di doppia appartenenza, mio padre e i suoi due fratelli di condizione operaia (uno dei miei zii era tornato dal campo di concentramento in Germania ed era responsabile del partito (PCI) in una delle maggiori fabbriche triestine), la mia famiglia di posizione opposta e la scuola superiore che frequentavo (L.S. Oberdan) con i figli della buona borghesia triestina. E io? tanta voglia di sapere e di conoscere e di leggere e un ottimo prof di lettere (Suadi) che mi aveva guidato nell'imparare a trovare la biblioteca civica e il prof di storia e filosofia (Lonza), segretario PSI, che si divertiva nell'affidarmi letture e tesine sulla rivoluzione francese. E poi l'edicola con i suoi quotidiani come Il Piccolo, L'Unità, Il Borghese e Rinascita e la parrocchia con i gesuiti di Aggiornamenti sociali e quelli di Civiltà cattolica.
 
Poi l'Università bolognese, il periodo universitario post laurea (1962-66) con borse di studio e infine l'insegnamento in uno dei maggiori istituti tecnico-industriali italiani, Aldini-Valeriani, sempre in Bologna dove ormai abitavo con qualche inframezzo nella natia Romagna e l'ovvio matrimonio e quel che segue di figli e le ovvie e meravigliose gioie e dolori e responsabilità. Intanto politicamente mi ero in qualche modo inserito, quasi da intellettuale, nel MSI locale tanto da essere Consigliere di Quartiere in San Donato (con richiami all'ordine per troppa sintonia con la maggioranza) e contemporaneamente nella segreteria della UIL-UNDEL con la delega per le trattative Comune-Insegnanti (scuola materna, educatori elementari medie, istituti tecnici maschili e femminili di proprietà e gestione comunale).
 
Le mie letture di stampa periodica in qualche modo si erano allargate a Candido (quello di Guareschi) e L'Espresso (quello formato lenzuolo) oltre ovviamente a tutto quel che trovavo in formato economico (tipo BUR e simili) fino, ed è qui il riferimento alla data odierna, all'uscita di Repubblica e poi il cominciare a votare prima MSI e PSI, poi PSI-PCI e, finalmente epoca Craxi, PCI e successive denominazioni...  Naturalmente fine dei rapporti con il MSI bolognese e le mie colleghe aderenti e anche con il sindacato invito ad andarmene dopo il rifiuto di aderire alla componente craxiana.
 
E allora Repubblica? La visione dell'allegato oggi mi ha confermato nell'intenzione di smettere l'acquisto quotidiano di Repubblica e quello settimanale dell'Espresso, non so se e quando, tutto sommato la nuova UNITA' sufficit e la lettura via Internet dovrebbe compensare anche perché facevo i conti e oltre il 15% della pensione vanno per di lì ed è tempo di risparmiare... 
 
 
 
 
 

domenica 20 dicembre 2015

Forse la VALERIA era decisamente migliore dell' ICONA

E cominciamo dal BATACLAN, non certo un localino per disperati in fondo il TICKET, biglietto d'ingresso, viaggia attorno ai 40 euro almeno a leggere quanto indicato per uno spettacolo in programma il prossimo gennaio. E non è poi eccessivo per un locale da 1500 posti, in fondo se pieno son solo 90 mila euro.
 
Del resto le abitudini di famiglia dalla primissima adolescenza (almeno a leggere quel che racconta l'aedo romanziere Fabrizio Gatti su l'Espresso) sono all'altezza del suo futuro perché dalla Terza media le sue "vacanze" sono in solitaria grazie all'INPDAP. A sedici anni eccola già lontana da casa con una esperienza scolastica all'estero (6 mesi in fondo non troppo lontano, in Canadà a 100 km dal Quebec), e tutto l'impegno successivo (grazie anche. suppongo, all'impegno del padre e della madre ben piazzati nel mondo dell'insegnare) per non restare appiedata in termini di percorso scolastico.
 
Non voglio svilire il coraggio, l'impegno personale e le qualità  della ragazza, voglio solo dire che gli ALTRI che lasciano l'Italia per andare nel mondo  sono forse meno avvantaggiati e pure vanno anche loro, magari senza permettersi un monolocale da 14 mq a 550 euro un po' periferico a Parigi e quello successivo, in centro, a 800 euro e per fortuna  "bilocale" dotato, scrive sempre l'aedo, di lavatrice e divano, dove, questo sì purtroppo, abiterà da solo il fidanzato.

sabato 1 agosto 2015

Per non dimenticare o, meglio, andare a rileggere il passato...

 
 
Come ogni anno, e ancor più oggi a 35 anni dell'avvenimento, ci saranno cerimonie, manifestazioni e partecipazioni di popolo e di persone, eppure 35 anni sono tanti. Mi vengono in mente i miei figli che allora erano fra gli 11 e i non ancora 15 anni e come loro tanti quasi cinquantenni per i quali è già molto se collegano i titoli di oggi con un po' delle sensazioni di allora.
 
Come e perché o grazie a chi 85 persone sono morte in un unico evento 147 feriti nel corpo e nel sentirsi offeso dalla sensazione di inutilità e di sbalordimento che potesse mai essere accaduto qualcosa di simile. Troppo semplice o troppo facile indicare settori colpevoli, c'era comunque un terreno di coltura adatto, come oggi, nel linguaggio di certi giornali, negli arringamenti più o meno intensi dei tanti TWEET, ormai spesso solo residui di mal digeriti pasti s li si volesse chiamare con il loro nome,
 
Confrontate i numeri dei tanti attentati che quasi quotidianamente leggiamo o sentiamo, non c'è paragone. I numeri di quel giorno a Bologna sembrano numeri dei bombardamenti in anni lontanissimi. Ripensiamoci mentre di nuovo giochiamo alla DISGREGAZIONE del comune sentire, quando commentatori più o meno illustri inneggiano allo scontro o seri nostri rappresentanti (onorevoli o senatori non importa come non importa se canuti signori o ragazzotti  cresciuti troppo in fretta e inutilmente) si abbandonano alle trivialità utili giusto per qualche secondo di TG.
 
CORAGGIO ITALIA, probabilmente  il PEGGIO deve ancora accadere...


sabato 18 luglio 2015

SONO 70 ANNI... un caldo così...



 
In effetti 70 anni sono tanti, ma se tu sei quasi a 80  ti vien spontaneo pensare com'eri e com'era, 70 anni fa... anche perché non ricordi drammi di 70 anni fa, diversi dai ricordi di guerra con relativi regolamenti di conti specie in quella Emilia-Romagna vissuta vicino alla linea gotica.

Giusto in quel periodo io ero ospite di un collegio a Villa San Martino di Lugo, un luogo che raccoglieva ragazzi di età varia dai 7/8 fino a oltre 20 e dove io ero arrivato da Ravenna grazie agli accordi fra mia madre e il comandante partigiano di Ravenna. Si erano conosciuti a fine aprile 1945 dopo che mio padre, unico sopravvissuto, si era consegnato al comando di Ravenna, nostra residenza, dopo i quasi 3 anni al seguito del suo DUCE in quel di BUSSOLENGO e dintorni. Mai capito da dove fossero nati questi incontri, forse avevano pesato quelle decine di ravennati in divisa da MVSN prelevati a Nord e mai arrivati a casa loro.  Ma questa è storia vecchia.

Dal collegio ogni tanto (due-tre mesi) arrivava con il biroccino e la solita sfiatata cavalla mio nonno FITA, anzi ormai FITONA (Giuseppe, maggiorato per l'abbondante pancia e la non eccessiva statura) e piano piano arrivavamo a San Prospero di Imola luogo dove viveva la tribù CIARAVAL (di cognome GEMINIANI), nonno, prozio, 5 figli con relativi mogli e nipoti divisi in due poderi, partiti come mezzadri a fine '800 e ora proprietari. Erano (e ancor oggi sono, anche se spartite o vendute) 120/130 tornature di buona terra (poco più di 25 ettari) a frumento, erba spagna, vigneto e frutteto.

E così io potevo vivere una decina di giorni da "libero", lavorando, litigando e giocando con i cugini, anche quelli più grandi. Nell' intanto era morto il prozio GIANO' (Giovanni) e allora mi avevano messo a dormire nel suo stanzino con la finestra che guardava verso Nord (in "zò", verso la bassa) proprio sopra la buca del letame. Comunque un "piccolo" problema c'era, i miei cugini più grandi mi raccontavano che ogni tanto i morti tornavano nelle loro stanze e io la sera aspettavo di sentire il passo pesante di GIANO' su per la scala che dall'antistalla portava al primo piano con le cinque stanze, prive di servizi ma con le giuste dotazioni di pitali.

Poi vincevano il sonno e le emozioni della giornata.

Già, la giornata... Attorno alle 4 e mezza (non c'era ora legale, però baluginava già l'alba) si alzava MINGHI' (Domenico, classe 1907, alpino, tornato da poco dall'aver spezzato le reni alla Grecia, era sopravvissuto al ritorno attraverso la Croazia ed era stato dimesso da militare per l'età) per accudire la stalla. Era impossibile non sentirlo mentre scioglieva le varie coppie di vacche per l'abbeverata, riforniva  la posta di fieno, eliminava i residui della digestione avviandoli verso la buca di raccolta, strigliava per bene ognuna di loro, aveva l'abituale diverbio con la "vacca mora". Già, i bovini sono come miopi e così l'umano appare più grande di loro e confuso poi ogni tanto qualche vacca dicono che ha come un difetto di vista e ci vede così come siamo (e MINGHI' arrivava al pelo alla statura di leva) e allora tende a cozzare, prendere cioè a cornate, e mio zio si sfogava con il manico del forcale, così si sentivano i colpi sul dorso della vacca e la litania delle "madonne", le bestemmie che non possono non condire un inizio di giornata normale.

Alle 5 e mezzo toccava a mia nonna, JUSFINA (Giuseppina), silenzioso sergente che passava in rivista il da fare (alla sera non si rigovernava, per tradizione era roba del giorno dopo, la nuora di turno settimanale aveva già dato), poi usciva a cercare la gallina giusta da mettere in tavola dopo aver prima inondato di granturco l'aia con il suo COCHI COCHI COOOCHI e il becchettare sereno delle chiocce sicure di non essere incluse fra le selezionabili, almeno finché producevano uova a sufficienza (il gallo aveva già fatto il suo dovere di maschio ed era libero).

Prima delle 6 scendevano tutti, prima l'ARZDORA (quella di turno) poi gli altri, una risciacquata al viso e fuori a preparare attrezzi e organizzare la giornata. Alle 7 e 30 in casa di nuovo per la colazione.

L'Ernesto apriva la madia, tagliava le fette belle spesse di prosciutto, il fuoco era già stato acceso, le braci pronte e le pagnotte pure ed era un cuocere il prosciutto sulle braci, prenderlo, spremerlo fra le pagnotte tagliate a mezzo e, una volta cotto, spostarsi a tavola integrando il tutto con vino (quello peggiore, il buono era venduto) opportunamente annacquato (mia nonna operava il giusto dosaggio). Niente caffè, sconosciuto, e neppure latte (per i bambini e gli ammalati) e subito fuori per i lavori di stagione assieme alle donne non di turno in casa.

Quella di turno, assieme al caporale nonna, si occupava delle pulizie e del  pranzo (le altre avevano già rassettato la loro stanza e sistemato i pitali).

E così le "terribili" e afose giornate di 70 anni fa venivano affrontate con vestiti non certo estivi, MINGHI' addirittura portava i mutandoni di lana a gamba lunga anche d'estate per i residui di artrosi delle campagne di guerra. Le mie zie avevano calze e vestiti lunghi (per tenere lontana la polvere e i residui vegetali irritanti), ampi fazzoletti a coprire i capelli o i grandi cappelli di paglia. Per le donne era importante, per non assumere l'inevitabile colore del viso cotto dal sole da "contadine"...

Poi il rientro con il rintocchi del mezzogiorno, i risciacqui prima di andare a tavola, un pranzo leggero di solito brodo con pasta (la pastasciutta di rado, quasi sempre solo di domenica) e verdura con qualche piatto con fette di salume o, raramente, con quel formaggio quasi liquido fatto in casa, una specie di stracchino. E subito dopo a letto, si riprendeva alle 15 fino alle 18.

Nessuno lagnava, nessuno si lamentava, niente drammi radiofonici e televisivi. Gli uffici e le case non avevano l'aria condizionata eppure riuscivano a lavorare lo stesso, mio padre lavorava di piccone e badile sotto il sole sugli asfalti triestini. Era l'epoca di quello che chiameranno il miracolo economico.

Non è che le LAGNE sono il giusto apporto della DEMOCRAZIA?
 


venerdì 5 giugno 2015

ROMA? ma che volete pretendere..,

Conobbi Roma nel 1950, Anno Santo, piccolo seminarista di terza media. Piccolo proprio, tanto che nelle uscite eravamo i primi due della fila, io e il Tozzi, tutti e due magri, piccoli e zoppi per motivi diversi. Io ero il residuo rimasto in Romagna, a Imola, con questa strana voglia di fare il prete (i miei erano ormai emigrati a Trieste, là dove il nonno era arrivato nella soglia fra '800 e '900 e vivevano i fratelli Hugo e Giordano - Bruno era mio padre - la nonna Teresa e sua figlia Eugenia, di evidente origine ausburgica). Tozzi veniva da un qualche paese dell'Appennino fra Cesena e Forlì, almeno mi pare.
 
Fu un viaggio avventuroso in pullmann, non avevo mai viaggiato su e giù per i monti, noi più piccoli eravamo dietro nell'ultimo sedile unico e nei tornanti ci pareva di stare sospesi sul burrone. Mi sa che per risparmiare una notte dobbiamo esser partiti la sera, allora non c'eran certo autostrade. Facemmo il passo dei Mandrioli, con il rituale momento di sosta per i mal di stomaco
e le rituali necessità fisiologiche svolte in assoluta naturalità ambientale. Quasi assenti luci all'orizzonte, le case rurali montane raramente aveva la luce elettrica più spesso lumi a carburo molto luminosi e vagamenti azzurrini.
 
Il viaggio fu lunghissimo, era già APRILE, arrivammo nella prima alba in un convento di suore in un grande camerone. Ci rassettammo e, poi, via di corsa verso San Pietro, parcheggio del pullman e di gran carriera per trovare un posto importante, per vedere LUI, il SANTO PADRE PIO XII. E passò proprio a un paio di metri da noi e, siccome ero piccolo e magro ero proprio
sgusciato in prima fila quasi a toccarlo!
  
Poi naturalmente entrammo in San Pietro e su fino in cima, le mie gambe c'erano ancora tutte e due e la voglia di vedere non trovava intralci. Tornando giù il miracolo della Cappella Sistina e il fascino dei colonnati della piazza, la marea di gente, il correre qua e là sapendo dov'era il pullman per il ritorno al convento che ci ospitava, una qualche merenda e via verso Imola. Vedrò anni dopo le foto di mio padre militare di leva sugli spalti di Castel Gandolfo assieme ai suoi amici con le palle di pietra in mano sorridente e ... fiero.
 
Poi decisi sfrontatamente di dimettermi per divergenze disciplinari e storie di spioni e a Luglio del 1950 ero a Trieste dai miei.
 
Roma non fu più nei miei pensieri fino al 1966, quando mi fecero capire che saltava il "mio" concorso per il ruolo alla facoltà di Chimica Industriale di Bologna dopo 4 anni post-laurea ed era proprio l'ultimo giorno per fare domanda per gli esami di abilitazione all'insegnamento. Già perché intanto mi ero sposato nel 1963 e c'era uno scalpitante frugoletto di oltre un anno e bisognava pensare al futuro. Roma quindi diventava una meta possibile come sede d'esame per la cattedra di CHIMICA, e così ebbi di nuovo occasione di arrivarci.  L'abilitazione richiedeva una serie d'esami successivi, prima lo scritto, poi i laboratori (per chi era stati idoneo) e, sempre per gli idonei l'orale finale con un voto definitivo non inferiore a 53/75. In questo modo si poteva aspirare all'incarico triennale, come in effetti accadde.
 
Per inciso allo scritto vi fu una selezione fortissima, dei quasi 250 concorrenti passammo al secondo round in meno di 30, non sono mai riuscito a capire come mai. Molti avevano anche 50 anni, insegnavano da tanto, il tema era, almeno per me, banalissimo e forse giocò a mio favore essere vissuto in un ambiente culturalmente più aggiornato, aver fatto da schiavo d'appoggio nei corsi di laboratorio, avere scritto tesi di laurea per conto terzi (per arrotondare la borsa di studio e pagare affitto, omogeneizzati e le rate della vecchissima 1100 con una stranissima frizione automatica per impediti). Buffa quell'auto, aveva una specie di dispositivo idraulico che azionava la frizione, solo che ogni tanto saliva una bolla d'aria a bloccarne il funzionamento, io scendevo veloce, sollevavo il cofano, sbullonavo un dado, spurgavo l'aria, riattivavo il tutto e, fra il clacson dei bloccati, ripartivo.
 
Fu così che conobbi l'altra Roma, dove ero andato in treno, trovato una stanza per alcuni giorni dalle parti di piazza Vittorio, non ricordo più dove fosse la sede d'esame, ma ricordo benissimo i rifiuti per le strade, appena sbirciavi sulle laterali camminando a piedi, il traffico già allora disordinato, i parcheggi a cazzo di cane e le telefonate a cui rispondeva il gestore del luogo dove mi ero fermato per lo spuntino serale. Tranquillamente, ad alta voce, si sprecavano i commendatore, dottore, ragioniere etc. che ricevevano rassicurazioni sulle loro pratiche in corso, pratiche di soldi, contratti, relazione di contatti con riferimenti a cariche e nomi a me ignoti, e l'indifferenza dei commensali a questi discorsi evidentemente abituali, compresi i riferimenti ai saldi economici "tranquillo, dot rag cav, come sempre, non si preoccupi, a risultato raggiunto". 
 
E' evidente che ero io l'ingenuo, in fondo stavo vivendo a Bologna qualcosa di simile  per una COOP bianca che costruiva e le trattative in corso con il Comune di Bologna. Lo Stato non finanziava l'edilizia economica a BO, e BO non rilasciava le licenze di costruzione alle COOP bianche o rosa, comunque non rosse... Poi tutto dopo qualche anno si sbloccò e anch'io potevo aspirare a diventare PADRONE, dopo il mutuo, la cessione del quinto, le cambiali firmate sulla fiducia tanto alla peggio non ce l'avrei fatta e tornavo in affitto. E poi ce la feci e per fortuna lasciai tutto alla madre dei miei, e suoi, figli e furono salve quelle belle stanze dalle inadempienze e follie del sottoscritto.
 
E questa immagine fu riconfermata in altre occasioni, come l'incontro fra il mio capo (che si occupava di forniture ospedaliere settore bagni fotografici RX e mio secondo o terzo lavoro) e rispettabili signori siciliani (non mafiosi) boss del settore fotografico di casa loro. E fu proprio in Trastevere che riuscimmo a concludere un patto di non belligeranza commerciale con garanzia fra bolognesi e siciliani. Lo devo aver raccontato ancora, fra i commensali Burt Lancaster in tenuta jeans e camicia e la Paola Borboni con l'amore del momento...
 
Poi da chimico fui più volte interpellato per incontrare supposti diplomatici interessati  a trattative per aziende e avventure commerciali con vantate amicizie e la presenza di rottami della politica fornitori di preferenze. Non ne uscì mai nulla di buono, mi stancai, magari deluso, però tutti questi avevano uffici in centro, vantavano amicizie, davano l'impressione iniziale di tranquillità economica. Forse sono stato sfortunato nelle frequentazioni, come per caso tutti avevano una tendenza politica piuttosto destrorsa e non berlusconiana ma dai discorsi fra loro tutto era normale attività economica e possibilità di intervenire in modo efficace. 
 
CONCLUDENDO? grazie NO...

domenica 17 maggio 2015

E con il SABATO il rito del caffè...

 
 
 
Un sabato c'era l'acconto e il sabato successivo c'era il saldo con dentro tutti gli straordinari, così due volte al mese mio padre provvedeva a prepararsi la miscela quasi BREVETTATA. Già perché la spesa richiedeva qualche acquisto meno solito, ma fondamentale per lui, ché normalmente alle 5 e 30 si alzava per prepararsi con calma, con le rituali abluzioni e la rituale colazione e la preparazione del pranzo che si portava dietro. Infatti non  si poteva mai sapere dove doveva andare a scavare o colmare buche per consentire ai tecnici della municipalizzata triestina ACEGAT di procedere alla manutenzione di tutto ciò che era collegato ad Acqua Gas Elettricità e Tram.

Lui e gli altri manovali dipendevano dall'aziendina che aveva vinto l'appalto e, se erano "bravi", l'appaltante li teneva, altrimenti perdevano il posto. Mica erano LAVORATORI protetti, figuriamoci se il Sindacato si preoccupava di loro a meno che non ci fosse SCIOPERO GENERALE e allora sì che arrivava il Sindacato per compensare e attutire le lagne delle mogli che con la trattenuta si scombinava tutto il bilancio famigliare.
 
Già il caffè quotidiano era un rito, una cucumona da due litri  piena  d'acqua fino a meno di tre quarti, portata a bollore sul gas e l'aggiunta di tre belle cucchiaiate di miscela. Mescolare poi per un po' di minuti così da evitare che lo schiumone tracimasse e infine l'aggiunta, a colmo, di acqua fredda e dopo un quarto d'ora di pace così finalmente la sbicia era pronta da bere con l'aggiunta di una robusta pagnotta asciutta.
 
Ma due volte al mese bisognava preparare la miscela: 1 chilo di caffè in grani da macinare (altri vicini partivano dal caffè ancora verde da tostare e l'odore riempiva tutto lo spazio chiuso dai 6 condomini, caffè che proveniva spesso da extra dogana), 500 grammi di orzo tostato e macinato e due scatole di prezioso FRANK, il tutto mescolato sul marmo del tavolo di cucina con preziosa attenzione.
 
 
 

 
Certo verrà da sorridere a quanti alla mattina non possono evitare di passare dal bar, per mio padre era già un qualcosa di tutto suo, senza sofferenze o invidie, poi ci salutava erano ormai le sette, ora che tutti fossimo in piedi.

LUI usciva e con borsone a spalla con scarponi, maglia e calzini di ricambio (picconare crea sudore), la GAVETTA con il pranzo, scarpinava per arrivare al deposito da dove avrebbe saputo cosa regalava la giornata, forse anche qualche ORA DI STRAORDINARIO... (c'è sempre qualche imprevisto con due figli ormai adolescenti).
 
CIAO BABBO BRUNO...